Disegnare è importante

Perché disegnare è importante?

Il disegno sottovalutato

Da qualche anno insegno in scuole sia pubbliche sia private.

Quando invito i miei allievi e le mie allieve al disegno ho sempre delle reazioni scomposte ambivalenti, sia di gioia che di delusione. Queste reazioni sono più comprensibili nelle scuole medie e nei licei dove l’ora di Arte e immagine, o storia dell’arte, viene percepita più come un prolungamento della ricreazione. Per non parlare del senso di disagio e inadeguatezza nei confronti del disegno. Ho sentito con le mie orecchie uscire dalla bocca di un alunno queste parole: “Per me la storia dell’arte non serve a niente, è inutile!” mentre lo ascoltavo ho visto materializzarsi dietro di lui l’adulto della sua famiglia da cui ha sentito pronunciare questa frase.

Mi fa specie sapere che adulti senza scrupoli sentono l’esigenza, e con una certa nonchalance, di dire ai loro figli cose del genere che poi sortiscono l’effetto di rendere i ragazzi e le ragazze completamente disinteressati a monumenti, architettura e tutta l’arte abbandonata nei musei delle loro città. Una diseducazione alla bellezza costante. Poi alcuni decidono di proseguire gli studi in università di design dove pensano, o sperano, di non incontrare mai più l’arte e il disegno.

Penso davvero che sia un peccato che anche in scuole di design si continui a sottovalutare l’importanza del disegno sui processi mentali e di creazione, nello sviluppo delle strategie e dei loro progetti. Bisognerebbe fare un corso propedeutico, fin dalle elementari, in cui si insegnano e sviluppano le potenzialità ragionative che nascono dall’uso del corpo implicito nel disegno. Parlando con Luisa Torchio in una live sul mio canale, mi ha confermato quanto poco abituati sono gli studenti di design a disegnare e in generale ad usare procedimenti manuali.

Di recente ho letto il libro di Riccardo Falcinelli “Guardare, Pensare, Progettare neuroscienze per il design” dove nel capitolo 11 ho letto questa frase molto veritiera che esprime bene ciò che ho provato nelle mie classi: “In ambito didattico è sempre più diffusa la perplessità degli studenti nei confronti del disegno come strumento di indagine, e spesso se obbligati, disegnano mentendo, cioè pensando a cosa faranno poi al computer; il disegno diventa così un riflesso di un pensiero formulato altrove, inevitabilmente modesto e facilmente smascherabile”(1)

Ma a cosa serve disegnare quando abbiamo i programmi?

Una frase che mi son sentita dire, da cui emerge la perplessità di cui parla Falcinelli, è: “Ma alla fine, prof, a cosa serve disegnare a mano se abbiamo i programmi e il computer?”

Ok fermatevi un secondo. Voi cosa rispondereste a bruciapelo senza giocarvi la fiducia dello studente che vi sta ascoltando e che ha posto la domanda? Come sintetizzereste tutti i percorsi pedagogici, il piacere fisico quando lasci la traduzione di un tuo pensiero astratto con un segno tangibile su carta? Come sintetizzare e trasmettere ai ragazzi e alle ragazze il piacere del disegno? Me lo sono chiesta per tutti i mesi del lockdown, durante l’estate, e continuo ancora a chiedermelo, per questo sono qui a scrivere.

Durante i miei mesi di DAD (didattica a distanza) ho cercato di rispondere a modo mio a questa domanda, ovviamente, provando a spiegare e a mostrare il metodo di lavoro di vari illustratori, i loro processi creativi e sostenendo che solo la ricerca porta a un buon progetto e che bisogna attraversare diverse strade tra cui il disegno. La difficoltà più grande è stata mostrargli quel sottile filo rosso che per me, che insegno e disegno, è chiaro ma che loro non vedevano. Per questo mi è stato utile fargli vedere le effettive ricadute degli esercizi che gli facevo fare in ambienti digitali.

Processi analogici per prodotti digitali

Ho iniziato il mio percorso didattico partendo dallo sciogliere le loro insicurezze e la loro mano. In una prima parte ho utilizzato gli esercizi del libro che ti aiutano ad affinare la parte destra del cervello.

Poi mi sono concentrata sul disegno dal vivo. Ho usato n canale Vimeo dove mostravo loro dei modelli/e che cambiavano posizioni e poi ho sempre spinto affinché realizzassero sempre tantissime bozze dei progetti che mi mostrassero i loro processi creativi.

Ho cercato con questo percorso di abituarli ad un pensiero analogico che poi si sarebbe tradotto in digitale. Ho dovuto spronarli a concentrarsi sulle loro risorse interne e al non fermarsi ai limiti imposti dalla tecnologia. Erroneamente molti giovani pensano che i programmi al computer facciano la differenza e che automaticamente, lavorando in digitale senza nessuna base, otterrai un buon risultato. Niente di più sbagliato. Il mio lavoro è stato scardinare queste convinzioni e far passare il messaggio che non dobbiamo farci limitare da quello che la tecnologia può fare per noi.

Non è che usando photoshop o illustrator questi sanno cosa noi abbiamo nella testa. Se non hai un contenuto su cui lavorare il programma che userai non ti farà uscire l’immagine che hai nella testa. Con buona pace dei prodotti creati dalle AI. La sfida più grande è stata fargli capire che tutti questi passaggi avrebbero contribuito a dargli un metodo di lavoro, che aiuta le capacità ragionative e moltiplica la possibilità di sviluppare un’idea, che però va sempre tenuto allenato. Come dice ancora Falcinelli:

“Disegnare comporta una coordinazione della mente con la mano, si tratta quindi di una pratica di coordinamento corporeo che sembra riguardare meccanismi analoghi allo sport… per questo si dice “devi allenare la mano” per questo i miei disegni di oggi sono più sicuri e decisi di quelli che facevo a 18 anni.” (2)

Esempio di un processo di creazione e sviluppo di un logo attraverso il disegno

Disegnare dal vivo o a memoria

Quando inizi un’università, io me lo ricordo, non sai niente. Cioè sai alcune cose ma ti mancano dei pezzi che devi costruirti tu secondo una tua grammatica narrativa e visiva.

Per aiutare i miei studenti, visto e appurato che non tutti avevano un bagaglio mentale e un repertorio da cui attingere per disegnare, la mia metodologia è stata andare per step. La DAD non ha aiutato ma qualche risultato penso sia stato raggiunto. Mi dispiace aver creato anche un po’ di frustrazione, che è normalissima nei confronti di ogni cosa nuova che si affronta, ma ha fatto parte del gioco dell’apprendimento.  Dell’apprendere che tu, prima che un corpo, un braccio una gamba un culo stai osservando una forma. Quando saprai sintetizzare questa forma allora potrai muoverti nello spazio anche a memoria, senza più vedere o copiare le immagini di cui hai bisogno. Nel disegnare dal vero una porzione della loro stanza, della modella in video, ho voluto fargli sperimentare il piacere che provano i bimbi che fanno qualcosa per la prima volta.

Il piacere che i bambini traggono dalle varie attività grafiche è duplice: da un lato c’è un piacere fisico conseguenza dello stesso atto motorio; a questo si associa il piacere di lasciare delle tracce, di modificare la tessitura delle superfici. Nei disegni dei bambini poi tutto è raffigurato dal punto di vista che ci informa di più sulle cose, e si riscontrano una serie di codici che sono quelli che ritroviamo in molta pittura preistorica o in quella sacra egiziana. Le cose non come si proiettano sulla retina, ma come pensa il cervello.” (3)

 Quest ultimo concetto è stato il più difficile da trasmettere ovvero che il disegno puô rimandare alle cose come tu le pensi, come prendono forma nel tuo cervello e non è necessario che siano per forza somiglianti alla realtà. Anche così che si forma un repertorio mentale da cui attingere che magari non ti serve nell’immediato ma che, in un percorso di creatività, è meglio conoscere. Per esempio:

“c’è un disegnare guardando la realtà, e c’è un disegnare a memoria; un disegnare en plein air guardando davanti a noi come Monet, e un disegnare usando un repertorio mentale come il disegnatore di Batman o Dylan Dog” (4)

Disegno dal vero di quello che vedevo durante le ore di lezione in lockdown

Quello che non ho mai smesso di ripetergli è stato: Disegnando imparate a guardare e a osservare, non solo a esprimervi meglio. Credo fortemente che al di là dei risultati, disegnare insegna a vedere accuratamente, e anche per il disegnatore più esperto e allenato non è mai una cosa facile. (5)

Disegnare i dati

Tutto è disegnabile e tutto si può capire e mettere a fuoco disegnando.

Questo ho capito quando ho scoperto il lavoro di Giorgia Lupi che nel libro Osserva, Raccogli, Disegna! (prossimo in bibliografia per l’anno accademico 2020-2021) insieme a Stefanie Posavec spiegano come la personal documentation può essere una chiave per conoscere meglio noi stessi. Dal sito della casa editrice: “Dai vestiti nel nostro guardaroba alle tante volte che ci lamentiamo senza motivo, o che sorridiamo a persone che non conosciamo, ogni dato che ci riguarda può essere analizzato e farci capire qualcosa di noi.”

La parte destra del cervello

Questo libro è un best seller per chi vuole imparare a disegnare o anche approfondire un metodo per allenare l’emisfero destro.

Dentro ci trovate davvero tantissime nozioni e degli esercizi che servono a disattivare la parte sinistra del cervello, quella più analitica, che vi fa dire che un disegno che avete fatto è brutto. Disattivando la parte sinistra del cervello si lascia spazio all’attivazione di quella destra, la più creativa, più istintiva, irrazionale e artistica. Gli esercizi che ho fatto fare ai miei discenti sono stati:

I preliminari:

  • autoritratto
  • una persona ritratta a memoria
  • la mia mano

e gli approfonditi:

  • Vasi e profili: un esercizio per il doppio cervello
  • Il disegno di immagini capovolte
  • Misurazione a vista della prospettiva (disegnando una porzione della loro stanza)

“Man mano che si svilupperanno le vostre facoltà percettive, aumenterà di pari passo la vostra abilità nel disegno, e voi potrete osservare il formarsi del vostro stile. Sorvegliatelo, curatelo, coltivatelo, poiché esso esprime ciò che voi siete. Come per il tiro con l’arco zen, il bersaglio siete voi stessi”.(6)

Le citazioni (1)(2)(3)(4)(5)(6) sono tratte dal libro Guardare, pensare, progettare. Neuroscienze per il design è un libro di Riccardo Falcinelli pubblicato da Stampa Alternativa (2011)

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