Hang the DJ

Non so chi sei è uscito da 6 mesi e mi sta dando molte soddisfazioni. Alcune persone mi scrivono che ho contribuito alla loro consapevolezza su questioni sentimentali, altre che si sono riviste nell’utilizzo di certe app e altre ancora non sapevano niente sull’argomento e si sono illuminate leggendo il fumetto. 

Mi capita raramente, ma capita, che qualcuno mi dica che il mio libro gli ha fatto schifo e quando succede cerco di farmi dire più dettagliatamente possibile le motivazioni, ma ultimamente mi è successa una cosa che non mi era ancora capitata. Un amico di amici mi ha raccontato una sua delusione amorosa avvenuta con una ragazza conosciuta su Tinder e mi ha accusata di essere la responsabile della sua delusione. La sua tesi è stata: tu mi hai convinto ad usarlo e per colpa tua ho conosciuto la ninfomane che mi ha spezzato il cuore. Ci sono molti aspetti personali e psicologici di questa persona che ometterò ma comunque, oltre a farmi una bonaria risata e averlo mandato a quel paese, ho colto l’occasione per riflettere su di me, da dove tutto parte e tutto finisce. Effettivamente in quel preciso momento storico delle nostre vite in cui l’avrei “convinto” stavo proprio disegnando il mio libro a fumetti Non so chi sei ed ero reduce da storie o pseudotali, ragionamenti e pensieri di cui facevo partecipe conoscenti e amici. Mai ricordo di aver costretto o obbligato qualcuno ad utilizzare questa app. Le mie parole ogni volta che qualcuno mi chiedeva consiglio erano: “Prova ma stai attento“. Credo che la mia unica colpa sia stata parlarne e condividere le mie esperienze suscitando, di conseguenza, una estrema curiosità. Oltre a questo, credo, il fatto di accusare me è e resta soltanto un modo per non assumersi le proprie responsabilità rispetto a una storia che, evidentemente, era destinata a finire dal principio ma che, grazie all’ostinato spirito da “crocerossina” che affligge molte persone di ambo i sessi, si è trascinata per un anno.

Ho poi ripensato a una puntata di Black Mirror -HANG THE DJ- che ho visto tempo fa. Non so chi di voi l’ha vista (vi invito a farlo) ma racconta l’utilizzo di una specie di Tinder del futuro, chiamato “sistema”, che è finalizzato a conoscere il “partner ideale” con l’ausilio di un Tamagotchi rotondo che ti informa del tempo che devi passare con una persona (esperienze di 1 anno, 36 ore o anche meno) prima di incontrare il partner giusto. Tutto meraviglioso se fossimo dei robot che non mettono  in conto, emozioni, esperienze pregresse e imprevisti. Infatti i due protagonisti, Frank e Amy, si vedono due volte ma alla terza decidono di fuggire. Il gioco consiste proprio nel far registrare al sistema 1000 simulazioni completate, simulazioni in cui i due partner si sono ribellati al sistema stesso e quindi solo così risultano essere davvero compatibili, ovvero partner ideali.

Mi sono sorte molte domande dopo questa puntata, e se nessuna persona si ribellasse mai? Sarebbe un mondo di gente che vive in un limbo gigantesco di relazioni brevi e fugaci che ti destabilizzano e alla fine cedi per sfinimento (questa è anche la teoria di Amy della puntata di BM). E poi sarebbe davvero una soluzione sapere esattamente il tempo che passeremo con una persona e, in base a quello, scegliere se è il caso di (af)fidarci oppure no? Di affezionarci oppure no?

Credo che per fidarci di qualcuno ci debba essere un giusto mix di certi, piccoli, misteriosi, avvenimenti, fatti e parole. Anche molta chimica quella sicuro. Ma penso sia sempre sbagliato, dopo, pensare “ho sbagliato a fidarmi”. Siamo buoni tutti così.

Lei: <Un anno, dobbiamo frequentarci per un anno, ma è terrificante!>  Lui:< Ci sarà una ragione…>

Ma la realtà è che non c’è nessun “sistema” e non siamo (ancora) in Black Mirror. Bisogna ancora correre dei rischi, magari anche il rischio di essere felice, anche solo finché dura.

 

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